Nuove linee guida europee sulla gestione delle dislipidemie- aggressività non giustificata dalle prove esistenti

Nuove linee guida europee sulla gestione delle dislipidemie- aggressività non giustificata dalle prove esistenti

RIASSUNTO
Le linee guida 2019 delle Società europee di cardiologia e dell’aterosclerosi sulla gestione delle dislipidemie hanno aumentato l’aggressività diagnostico-terapeutica e non distinguono prevenzione primaria e secondaria, con parziale eccezione per gli ultra75enni. Raccomandano nuovi target di cLDL: per pazienti a rischio molto alto si raccomanda una riduzione a <55 mg/dl e ≥50% rispetto al basale; per pazienti a rischio alto una riduzione a <70 mg/dl e ≥50% del basale; per pazienti a rischio moderato una riduzione a <100 mg/ dl; per pazienti a rischio basso una riduzione a <116 mg/dl.
In base alle carte SCORE e ai dati di mortalità cardiovascolare in Italia, quasi tutti i maschi dai 70 anni e le donne dai 70-75 anni risulterebbero ad alto rischio per solo effetto dell’età.
Anche quasi tutti i 60enni sarebbero a rischio moderato, con target di cLDL <100, e spesso necessità di aggiungere costosi ipolipemizzanti per chi già assume statine.
Le prove supportano ben poco tale aggressività. Infatti, anche negli studi randomizzati controllati (RCT) i benefici su esiti cardiovascolari non fatali subiscono esagerazioni sistematiche, quello meno distorto e di maggior interesse per gli assistiti è la mortalità totale. Questa, con terapie ipocolesterolemizzanti più intensive, non si è ridotta nelle metanalisi di RCT con pazienti con cLDL tra 80 e <100 mg/dl al basale; con inibitori di PCSK9, pazienti con questi valori mostrano persino tendenza all’aumento della mortalità totale.
Dunque, abbassare il cLDL a <80 mg/dl può non giovare neppure ad anziani coronaropatici. A oggi, ciò vale ancora di più per anziani nella popolazione generale, in cui una revisione sistematica di studi di coorte ha mostrato relazioni nulle o più spesso inverse tra cLDL e mortalità.
Le nuove linee guida europee forzano le prove disponibili, trascurano il principio di precauzione e non possono esser base per un equo consenso informato.

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