COVID-19: nella giungla dei tamponi

COVID-19: nella giungla dei tamponi

Da mesi si ripete che una delle misure chiave per controllare la pandemia da COVID-19 è la capacità di eseguire un gran numero di test, così da poter rintracciare i contatti delle persone positive e isolare i nuovi focolai, naturalmente senza dimenticare, per quanto sia già possibile, la terza delle tre T indicate dall’Organizzazione mondiale della sanità: oltre a Testare e Tracciare, la T di Trattare.
Il numero di tamponi eseguiti ogni giorno è andato così aumentando e ha raggiunto in questi giorni valori record per il nostro Paese: il 15 ottobre ne sono stati eseguiti quasi 163.000, il 58% sulla base di un sospetto diagnostico, gli altri di controllo.
Questi ultimi sono destinati a ridursi in percentuale. In seguito alla Circolare ministeriale del 12 ottobre, per interrompere l’isolamento dei casi confermati non occorre infatti più sottoporre i pazienti con confermata infezione da SARS-Cov-2 ad altri due tamponi a distanza di almeno 24 ore: se sono sempre stati asintomatici basta un solo test negativo dopo 10 giorni dal riscontro della positività; per chi ha avuto sintomi occorre oltre a questo che siano passati almeno 3 giorni senza disturbi.
Che fare però nei cosiddetti “long haulers”, i pazienti che continuano a risultare positivi al tampone anche molto tempo dopo la risoluzione dei sintomi? La circolare è chiara: dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi e una settimana senza - a parte anosmia e ageusia che possono durare a lungo - pur con qualche cautela legata ai singoli casi è possibile interrompere l’isolamento anche se il test non si negativizza.
Parola d'ordine: accorciare i tempi
Il provvedimento ha consentito di spostare verso le nuove diagnosi le capacità non solo di analisi da parte dei laboratori specializzati, ma anche l’impegno degli operatori sul fronte del prelievo. Si spera così di accorciare i tempi per avere un tampone diagnostico, ridurre le lunghe code nei punti drive-through, e ottenere se possibile entro 24 ore il risultato dell’esame.
Individuare prontamente i nuovi casi e tracciare i loro contatti è infatti fondamentale per cercare di contenere i nuovi focolai. Chi deve quindi essere sottoposto a tampone? La circolare dei primi di aprile del Ministero della salute stabiliva queste priorità: prima di tutto “i pazienti ospedalizzati con infezione acuta respiratoria grave (SARI), al fine di fornire indicazioni sulla gestione clinica, incluso l’eventuale isolamento del caso e l’uso di appropriati Dispositivi di Protezione Individuale (DPI)…, poi tutti i casi di infezione respiratoria acuta ospedalizzati o ricoverati nelle residenze sanitarie assistenziali e nelle altre strutture di lunga degenza, in considerazione del fatto che ivi risiedono i soggetti esposti al maggior rischio di sviluppare quadri gravi o fatali di COVID-19…”.
Seguono gli “operatori sanitari esposti a maggior rischio (compreso il personale dei servizi di soccorso ed emergenza, il personale ausiliario e i tecnici verificatori…”, gli “operatori dei servizi pubblici essenziali sintomatici, anche affetti da lieve sintomatologia per decidere l’eventuale sospensione dal lavoro; operatori, anche asintomatici, delle RSA e altre strutture residenziali per anziani; persone a rischio di sviluppare una forma severa della malattia e fragili, come persone anziane con comorbidità quali malattie polmonari, tumori, malattie cerebrovascolari, insufficienza cardiaca, patologie renali, patologie epatiche, ipertensione, diabete e immunosoppressione con segni di malattia acuta respiratoria, che possono richiedere ospedalizzazione e cure ad alta intensità per COVID-19…”; “primi individui sintomatici all’interno di comunità chiuse per identificare rapidamente i focolai e garantire misure di contenimento”. La circolare raccomandava inoltre che nei laboratori autorizzati i campioni provenienti da personale sanitario dovessero ottenere priorità assoluta.
Oggi che la capacità di analisi è aumentata, la raccomandazione è di sottoporre a tampone tutti coloro che presentano sintomi compatibili con COVID-19. “E qui si apre un problema, perché ci troviamo davanti a una malattia che clinicamente in un primo momento è difficile distinguere da molte altre virosi” commenta Filippo Anelli, medico di famiglia e presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri. “In teoria, davanti a sintomi compatibili, occorre sempre prescrivere un tampone, ma ciò comporta un enorme dispendio di risorse, tempo, impegno anche da parte dei cittadini, oltre che di sovraccarico per il sistema. Per questo auspichiamo che al più presto si possano diffondere i test antigenici rapidi, mentre quelli salivari ancora non sono sufficientemente validati”.
Oggi che non ci sono più criteri geografici, dal momento che la trasmissione del virus è sostenuta in tutto il Paese, si definisce come “caso sospetto di COVID-19” chiunque abbia un’infezione respiratoria acuta (con insorgenza improvvisa di almeno uno tra i seguenti segni e sintomi: febbre, tosse e dispnea), senza un’altra eziologia che spieghi pienamente la presentazione clinica oppure che, oltre ai sintomi, sia stata a stretto contatto con un caso probabile o confermato di COVID-19 nei 14 giorni precedenti la loro insorgenza oppure una persona con infezione respiratoria acuta grave (febbre e almeno un segno/sintomo di malattia respiratoria – es. tosse, dispnea) che richieda il ricovero ospedaliero (Severe Acute Respiratory Infection, SARI) senza un’altra eziologia che spieghi pienamente la presentazione clinica.
Quando il test molecolare con PCR è positivo, invece, il caso è confermato indipendentemente dalla presenza o meno dei sintomi. A questo punto occorre considerare i suoi contatti. Il rapporto sul contact tracing dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato a giugno definisce come contatto “qualsiasi persona esposta ad un caso probabile o confermato di COVID-19 in un lasso di tempo che va da 48 ore prima a 14 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi nel caso”, oppure, se questo è asintomatico, dopo la raccolta del campione positivo (o fino al momento della diagnosi e dell’isolamento). Alcuni di questi contatti, definiti “casuali”, sono a basso rischio, e non richiedono ulteriori provvedimenti, se non una maggiore attenzione.
Sono invece considerati contatti “stretti” i conviventi con il caso confermato, coloro che abbiano avuto un contatto fisico diretto (anche solo una stretta di mano) con il caso o con le sue secrezioni, per esempio per aver toccato a mani nude fazzoletti di carta usati, persone che siano state faccia a faccia con il caso, a meno di 2 metri di distanza, per più di 15 minuti. Ma anche persone che si siano trovate in un ambiente chiuso con un caso senza DPI idonei, che lo abbiano assistito o abbiano manipolato campioni di laboratorio contaminati se protezioni adeguate, che abbiano viaggiato in treno, aereo o qualsiasi altro mezzo di trasporto entro due posti in qualsiasi direzione rispetto a un caso, i compagni di viaggio e il personale addetto alla sezione dell’aereo/treno dove il caso era seduto. Per questi non è indicato un tampone subito, che potrebbe dare falsi negativi o non essersi ancora positivizzato. Occorre invece sottoporli comunque a una quarantena di 14 giorni dall’ultima esposizione al caso. La quarantena può essere accorciata a 10 giorni se all’ultimo giorno si ottiene un test antigenico o molecolare negativo.
I viaggiatori
Anche i passeggeri provenienti da Paesi considerati a maggior rischio devono essere sottoposti al test, e anche questi sarebbe bene potessero essere rapidi, come quelli già utilizzati in alcuni aeroporti. “La loro disponibilità per ora purtroppo è ancora limitata” riprende Anelli, “mentre per migliorare il controllo della pandemia è urgente averli in tutto il Paese, soprattutto per gestire la frequenza scolastica. Occorre però anche capire a chi affidarne l’esecuzione. Su questo c’è ancora molta discussione: si parla di potenziare le USCA deputate all’assistenza a domicilio o di incaricare medici di famiglia e pediatri di libera scelta, che però dovrebbero farli solo con tutte le protezioni necessarie e in tempi e luoghi ben distinti da quelli dedicati all’attività clinica ordinaria per evitare focolai. I decisori politici non hanno ancora definito quale potrebbe essere la procedura più sicura e snella”. Dopo mesi che si parla di questi test, e che tutti ne riconoscono l’importanza, cose come queste non vorremmo sentircele dire.
1) Ministero della Salute. Covid-19: indicazioni per la durata e il termine dell’isolamento e della quarantena. 12 ottobre 2020.
2) Filia A, Urdiales AM, Rota MC. Guida per la ricerca e gestione dei contatti (contact tracing) dei casi di COVID-19. Versione del 25 giugno 2020. Roma: Istituto Superiore di Sanità; 2020. (Rapporto ISS COVID-19, n. 53/2020).

 

Altri articoli

  • COVID-19: nella giungla dei tamponi

    Da mesi si ripete che una delle misure chiave per controllare la pandemia da COVID-19 è la capacità di eseguire un gran numero di ...

    Ott 14, 2020