Pulizia e sanificazione degli ambienti, tra certezze e falsi miti ecco come sta andando la fase 2 (e come prepararci alla fase 3)

Pulizia e sanificazione degli ambienti

È passato poco più di un mese dalla fine del lockdown, da una vita “normale” che l’Italia ha ripreso a tappe. Una normalità condizionata dalla paura di una ripresa dei contagi, di una seconda ondata paventata da gran parte degli esperti che non si sa se, quando e come, colpirà. Intanto, gran parte delle misure attuabili a cavallo tra la fase 2 e la fase 3, per conciliare la necessaria ripresa delle attività economiche e sociali con l’esigenza di prevenzione, riguardano la pulizia e la disinfezione degli ambienti comuni.
Un punto su cui ancora, come per tutto ciò che riguarda il nuovo Coronavirus, è difficile trovare certezze e pareri univoci. Sanità Informazione ha chiesto delucidazioni (ed impressioni) sul tema al prof. Gaetano Privitera, Ordinario di Igiene presso l’Università di Pisa e Responsabile di Igiene ed Epidemiologia presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana.
L’OMS, seguita a ruota dall’Istituto Superiore di Sanità, ha di recente fatto dietrofront sull’opportunità di sanificare strade e marciapiedi, con la motivazione che questo tipo di interventi su superfici porose come quelle del manto stradale sarebbero inutili ai fini della disinfezione ed anzi, rilascerebbero sostanze tossiche. Cade così uno dei baluardi più sfruttati dai mass media nella prevenzione al virus. Durante il picco della pandemia, chi non ricorda le immagini trasmesse in tv dei cortei di camion addetti alla disinfezione sfilare per le strade di Wuhan? Un modello subito preso in prestito dall’Italia, dove si è proceduto alle stesse operazioni di sanificazione del suolo pubblico.
«Si tratta di una misura puramente ‘coreografica’, se mi passa il termine, utile solo a rassicurare la popolazione sul fatto che ci si stia in qualche modo adoperando – commenta Privitera. – L’evidenza scientifica sull’utilità di decontaminare le strade come strumento di prevenzione per la diffusione del Coronavirus è pressochè nulla.
L’unico elemento certo è un maggiore inquinamento dell’ambiente. Parliamoci chiaro: il rischio di contagio è legato alle superfici che potenzialmente entrano in contatto con le mani, che a loro volta possono toccare viso e mucose.
Devono essere superfici – spiega – su cui si sono depositate un numero sufficiente di particelle virali e che non siano state soggetti ad agenti ambientali, come la luce solare, che abbiano causato il decadimento di queste particelle. È evidente – osserva – che il manto stradale non rientra tra le superfici in questione.
Gli ambienti a maggior rischio sono quelli interni e a maggior rischio di contatto, con le dovute differenze dovute anche al materiale di cui sono composte».
Le misure all’interno degli esercizi commerciali, soprattutto nei rapporti con la clientela, rischiano di presentare falle o al contrario inutili eccessi. Insomma, non sempre regna la coerenza, nonostante si proceda con le migliori intenzioni. « Le faccio l’esempio – prosegue Privitera – della sanificazione preventiva dei locali, chiusi per due mesi, alla vigilia della riapertura. Un procedimento abbastanza illogico, dal momento che, a serrande abbassate per 60 giorni e nessun accesso, che rischio di contaminazione ci sarebbe potuta essere al loro interno? Il problema si pone nel momento immediatamente successivo alla riapertura. In sintesi, il punto non è la messa in sicurezza dell’ambiente prima della riapertura, ma avere un piano razionale di sanificazione ambientale che garantisca una decontaminazione efficace e costante nel tempo durante gli accessi della clientela e lo svolgimento dell’attività commerciale».
Ma la nostra vera curiosità è: che sensazione ha un Professore ordinario di Igiene quando, a ridosso di una pandemia, entra da cliente in negozi, bar, ristoranti eccetera? Esercenti promossi o bocciati?
«Le dirò – confessa Privitera – impressioni molto variabili. Partendo dal presupposto che la trasmissione del virus per contatto non ha la stessa forza della trasmissione da droplet, la prevenzione del contagio da contatto deve basarsi su tre tipi di intervento: il primo è quello rivolto all’igiene delle mani. Se vedo che all’ingresso e all’uscita di un locale c’è il dispenser con il disinfettante idroalcolico è già un buon inizio. Meglio ancora – aggiunge – se alla clientela vengono anche forniti guanti monouso. Se a questo aggiungiamo degli obblighi di sanificazione periodica rispettati scupolosamente, posso personalmente ritenermi soddisfatto».
Un altro baluardo in cui, in piena pandemia, avevamo riposto quel poco che restava della nostra tranquillità, sono stati proprio i guanti monouso. E anche qui, l’OMS ci ha messo una pietra sopra: i guanti monouso sarebbero inutili. «Sono tendenzialmente d’accordo con l’OMS su questo punto – afferma Privitera -. Da un lato mi è capitato spesso di vedere persone indossare i guanti in situazioni completamente prive di rischio, come brevissimi passeggiate solitarie senza incontrare anima viva, magari per portare fuori il cane a tarda sera. E per contro i guanti possono generare una falsa sicurezza in chi li indossa, lo stesso paio anche tutta la giornata. Magari toccano di tutto e per il solo fatto di avere i guanti hanno una ridotta percezione del rischio. Il guanto di per sè non conferisce nessuna immunità – precisa il Prof – ed anzi può diventare a sua volta veicolo di contagio. Le mani nude, regolarmente lavate e sanificate con prodotti idroalcolici, restano la soluzione più sensata. È chiaro che però – conclude – in contesti sanitari, assistenziali, o di dispensazione di generi alimentari, il discorso cambia e i guanti, rigorosamente monouso e utilizzati in modo giusto, sono una risorsa imprescindibile».

fonte: www.sanitainformazione.it

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